11 marzo 
L'ALMANACCO PULP dei Mutzhi Mambo 
Il più importante film dell'orrore di tutti i tempi è indubbiamente suo! Stiamo parlando, naturalmente, dell'indispensabile FRIEDRICH MURNAU, il regista di "Nosferatu", il più spaventoso, il più misterioso, il più affascinante dei film "de paura"! Anzi, cari amici dei Mutzhi Mambo, si può tranquillamente affermare che Murnau ha "inventato" il cinema horror. Certo, c'erano stati precursori (Georges Méliès, ad esempio, col cortometraggio "Le Manoir du Diable", datato addirittura 1896, o Robert Wine col "Il Gabinetto del Dottor Caligari", del 1920) ma l'orrore, quello vero, l'ha mostrato per primo lui: nulla, all'epoca, poteva essere paragonato al terrore che suscitava l'apparizione sullo schermo del diabolico Conte Orlok, interpretato dal sulfureo Max Schreck! Roba proprio da far accapponare la pelle! Poeta sperimentale della macchina da presa e mirabile esploratore dell'animo umano, Murnau fu autore fortemente attratto dal dramma del Singolo che spesso situa in una polemica contro la disumanizzazione indotta dal sistema capitalistico. Dei suoi film solo pochi sono stati conservati e sono oggi reperibili; buona parte sono andati perduti, ma le pellicole sopravvissute sono considerate da tutti dei capolavori assoluti. Murnau fu una personalità poliedrica e trasversale, che difficilmente e solo a costo di forzature si inquadra in un unico stile o movimento cinematografico. La caratteristica più peculiare del suo cinema è l'uso costante e continuo dell'inquadratura soggettiva, che segue però il punto di vista della cinepresa. In "Nosferatu" per esempio la cinepresa appare quasi attratta e spaventata dal mostro, seguendolo con movimenti lentissimi e sottolineando il suo carattere soprannaturale (il muoversi senza camminare, il fuori campo come pauroso regno dell'ombra, ecc.). Friedrich Wilhelm Plumpe (questo il suo vero nome) naque a Bielefeld, in Germania, il 28 dicembre del 1888. Nato in una famiglia benestante di origine svedese, da un padre commerciante di telerie e una madre insegnante, il futuro regista dimostrò fin da bambino un'attitudine per la recitazione tanto che a sette anni organizzava piccole scenette familiari con la sorellastra, e a dodici arrivò ad adattare a suo modo Shakespeare e Ibsen. Dopo aver brillantemente frequentato il ginnasio a Kassel, città in cui la famiglia si era trasferita nel 1892, cominciò a studiare filologia e storia dell'arte a Berlino ed all'Università di Heidelberg. Qui, durante una rappresentazione nel teatro della cittadina tedesca, venne notato dal celebre regista Max Reinhardt che gli permisse l'accesso alla Max-Reinhardt-Schauspielschule e lo invitò ad accompagnarlo in tournée come attore e come assistente di regia. Il giovane abbandonò così gli studi per intraprendere la carriera da attore e regista. Risale a questo periodo l'adozione dello pseudonimo di Murnau, pare dovuto al ricordo di un'avventura romantica vissuta nella cittadina bavarese di Murnau am Staffelsee. Ma oltre all'aspetto artistico, la scelta del nome d'arte rappresentò anche segnale di rottura con i genitori, i quali non volevano accettare né la sua omosessualità, né la sua aspirazione ad una carriera di attore e regista. Alla sua cerchia di amici dell'epoca appartenevano tra gli altri la poetessa Else Lasker-Schüler ed i pittori espressionisti del gruppo Der blaue Reiter. Murnau partecipò alla Prima Guerra Mondiale inizialmente come tenente e dal 1917 come pilota, fino a quando atterrò - intenzionalmente o per un errore di navigazione - sul territorio della Svizzera neutrale. Qui fu internato ad Andermatt, ma poté comunque lavorare al teatro di Lucerna dopo essersi aggiudicato un concorso per la rappresentazione teatrale della commedia patriottica "Marignano". Come per molti della sua generazione, anche per Murnau gli eventi di guerra furono uno shock e perse il suo compagno di allora che cadde sul fronte russo. Terminata la guerra, nel 1919 Murnau tornò a Berlino dove, per conto del suo amico e noto attore tedesco dell'epoca Ernst Hofmann, diresse i suoi primi due film, "Il ragazzo in blu", ispirato all'omonimo dipinto di Thomas Gainsborough e al "Ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde, ed oggi andato perso come molti altri dei suoi film, e "Satana", flim in tre episodi di cui invece sono rimaste delle illustrazioni ed un frammento di tre minuti in un archivio cinematografico spagnolo. Con il film "Il gobbo e la ballerina" (1920), un drammone tinto di giallo, cominciò una fruttuosa collaborazione con lo scrittore Carl Mayer, uno degli autori del "Gabinetto del Dottor Caligari", che scrisse in seguito le sceneggiature per altri sei film del regista. Altri artisti con cui Murnau amava collaborare erano la sceneggiatrice Thea von Harbou, il cameraman Carl Hoffmann e l'attore Conrad Veidt. In seguito girò altri film, persi come i precedenti: "La testa di Giano" (1920), un horror liberamente tratto da "Lo strano caso del Dottor Jekill e del signor Hyde" di Robert Louis Stevenson, il giallo "Sera... notte... mattino" (1920), il dramma "Nostalgia" (1921). Sopravvivono in copie monche senza sottotitoli: il melodramma "Il cammino della notte" (1921) e il thriller "Il castello di Vogelod" (1922). Nel 1922 diresse quello che è considerato un suo capolavoro assoluto e pietra miliare dell'espressionismo tedesco e dell'horror tout-court, "Nosferatu il vampiro", ispirato liberamente al romanzo "Dracula" di Bram Stoker, con Max Schreck nel ruolo del protagonista. Murnau, furbescamente, come aveva già fatto con "La testa di Giano" per "Jekill e Hyde", modificò il titolo, i nomi dei personaggi (il conte Dracula diventa il conte Orlok) e i luoghi (dalla Transilvania ai Carpazi) per non pagare i diritti legali dell'opera. Ma venne comunque denunciato dagli eredi di Stoker per violazione del copyright e perse la causa. Gli fu quindi ordinato di distruggere tutte le copie della pellicola, ma fortunatamente una copia "clandestina" fu salvata dallo stesso Murnau. Inoltre, intorno alla figura del Conte Orlok interpretato da Schreck aleggiano molte strane leggende; secondo alcuni, sotto il suo trucco mostruoso non si celerebbe un attore, ma lo stesso Murnau, irriconoscibile. Altri sostengono che Murnau si sia recato nei Carpazi per cercare un vero vampiro. Le strane leggende sono state alimentate nel tempo anche a causa della curiosa coincidenza legata al significato del nome Max Schreck che, in tedesco, suona come "Massimo Spavento". In realtà, benché la coincidenza del nome sia curiosa (e sia stata peraltro sfruttata dallo stesso Murnau), Schreck era veramente un consolidato attore di teatro e girò altri film. Ma, a prescindere dalle questioni legali, il film ebbe un tale successo che permise a Murnau di firmare un contratto vantaggioso con la Ufa, per la quale girò il primo film nel 1924, "L'ultima risata", scritto da Mayer ed interpretato da Emil Jannings, che impersona un riverito portiere d'albergo che viene degradato e confinato a sorvegliare i gabinetti. Nelle riprese di questo film, Murnau e il cameraman Karl Freund utilizzarono la cosiddetta "macchina da presa volante", liberandola dalla staticità, che permise loro nuove tecniche di montaggio e di racconto (ad esempio per seguire il fumo di una sigaretta Freund legò la macchina da presa con una cinghia ad una scala antincendio e muoveva quest'ultima). Inoltre in questo film Murnau introdusse la "macchina da presa soggettiva", vale a dire una rappresentazione degli eventi con gli occhi dell'attore. La capacità di Murnau di raccontare una storia con mezzi puramente cinematografici si evidenzia anche nel fatto che egli poté rinunciare quasi totalmente alle didascalie, cosa piuttosto inusuale per un film muto. La serie di film girati in Germania terminò nel 1926 con "Tartufo", ispirato all'omonima pièce di Molière e con il kolossal "Faust", in cui intreccia motivi dal libro popolare "Historia von Doktor Johann Fausten – dem weitbeschreyten Zauberer und Schwarzkünstler" (1587) con elementi delle relative successive drammatizzazioni di Christopher Marlowe e J. W. Goethe: la ricerca del sapere da parte del vecchio Faust, l'offerta di Mefisto di un patto di eterna giovinezza da firmare col proprio sangue, l'incontro di Faust con Gretchen con gli annessi episodi del corteggiamento, del duello con il fratello Valentin, la gogna, il rogo e la redenzione finale grazie all'amore. E tutto questo all'interno della disputa tra l'arcangelo ed il signore delle tenebre. Nel suo "Faust" Murnau esplora i limiti delle possibilità cinematografiche, soprattutto per quanto attiene gli effetti visivi. La scena mantiene un equilibrio tra l'espressionismo e la pittura romantica, con riferimento ai pittori Caspar David Friedrich e Lovis Corinth, specialmente nelle riprese esterne. I suoi successi in Germania ed in particolare la versione americana del suo "L'ultima risata" attirarono l'attenzione di Hollywood. Murnau ricevette un'offerta dal produttore americano William Fox, che gli garantì piena libertà artistica. Il suo primo film statunitense fu "Aurora", un melò sentimentale basato sul racconto "Die Reise nach Tilsit" di Hermann Sudermann, che alla prima cerimonia di premiazione del 1929 gli valse quattro nominations e tre premi Oscar ma che tuttavia non realizzò le aspettative di incasso previste, per cui nella realizzazione dei successivi film l'ingerenza della società di produzione fu maggiore. Le due pellicole seguenti, la commedia "I quattro diavoli" (1928), del quale oggi non esiste più nessuna copia, e il drammatico "Il nostro pane quotidiano (1930), di cui invece si conserva una copia priva di effetti sonori, furono modificate per adattarle alla nuova tecnologia dell'era del sonoro, ma anch'esse non ottennero il successo sperato. Deluso dai vincoli di Hollywood, nel 1929 Murnau rescisse il contratto con la Fox. Dopo un infruttuoso tentativo di tornare a lavorare a Berlino, con la ferma volontà di realizzare dei film esclusivamente secondo le sue idee, si comperò uno yacht e, insieme al noto regista di documentari Robert J. Flaherty, si recò in Polinesia, a Bora Bora, per girare quello che sarebbe stato il suo ultimo film, "Tabù", una mescolanza di documentario e melodramma. Durante le riprese sorsero difficoltà con la ditta che finanziava i costi di ripresa, ed alla fine Murnau e Flaherty si separarono per alcune dispute artistiche, in quanto quest'ultimo aveva ambizioni più documentaristiche, così che il regista tedesco terminò il film da solo ed a proprie spese. Il film, girato esclusivamente con attori dilettanti locali, divenne il capostipite di uno stile al confine tra documento e fiction. La distribuzione del film, per il cui finanziamento Murnau aveva utilizzato i suoi interi risparmi arrivando anche ad indebitarsi pesantemente, fu assunta dalla Paramount, che era rimasta talmente impressionata dal film da offrirgli un contratto decennale. Il film venne censurato negli Stati Uniti per la presenza di indigene a seno scoperto. L'11 marzo 1931, poco prima di una tournée promozionale in Europa che doveva lanciare "Tabù" (che doveva uscire il 1 agosto) il quattordicenne filippino Garcia Stevenson, suo valletto ed amante, perse il controllo dell'auto sul lungomare a sud-est di Santa Barbara e si scontrò frontalmente con un camion. Murnau morì poche ore dopo per le ferite riportate. Ma manco da morto lo lasciarono in pace: Greta Garbo, sua sincera fan, fece fare un calco in gesso del volto del defunto e, fino a che visse in California, la tenne in bella vista nella sua abitazione come un macabro trofeo. Ma questo è niente: nella notte del 15 luglio 2015 ignoti tombaroli hanno forzato la cappella di famiglia e rubato la testa vera, quella imbalsamata del regista! L'attore Gerd J. Pohl ha offerto una ricompensa per riaverla, ma la testa non è stata ancora riconsegnata. Se chi va con lo zoppo impara a zoppicare, chi filma il non-morto nella tomba la dovrà pagare....

"...E poi i morti gli andarono incontro"
Da: Nosferatu, il Vampiro

Friedrich Murnau