20 febbraio 
L'ALMANACCO PULP dei Mutzhi Mambo 
Ostriche! Champagne! Fuochi d'artificio! Orge sfrenate! Oggi si festeggia il compleanno della magnifica POISON IVY, cari amici dei Mutzhi Mambo, la regina indiscussa dal rock'n'roll! Anzi, macché regina, imperatrice! Macché imperatrice, dea! La sua chitarraccia sporca e primitiva, il suo look fra Bettie Page e le bad girls di Russ Meyer, hanno influenzato tutto il movimento garage punk e psychobilly (noi in primis...) e, con i suoi Cramps, ha riportato il rock'n'roll dove deve stare: nei più sordidi e lussuriosi meandri della musica! La sua sola presenza sul palco, altera e bellissima, emanava peccato e sensualità ma anche energia e cattiveria. Poison ci ha accompagnato in un viaggio a ritroso nei primordi del rock, per sfrondarlo di tutti quei fronzoli che negli anni si erano accumulati e ridargli la primogenia, oscura aggressività e carica sessuale. Lungi dall’esaurirsi in una semplice posa, questo impeto trash sfocia nella magnificazione (e derisione al contempo) di una delle più autentiche culture americane: quella "bassa" e volgare dei B-movie, della letteratura pulp, dei fumetti underground, dell’adolescenza affamata di sesso, dei riff elettrici di "Rock And Roll Music" che esalano dai jukebox, dei fast food, dall’entusiasmo incosciente (e per questo autenticamente "vivo") per il vietato. Poison Ivy "è" il rock'n'roll! Punto e basta! Kristy Marlana Wallace (così all'anagrafe) è nata a San Bernardino, in California, il 20 febbraio del1953. Ultima di tre figli, viene trattata come "la piccina" di casa, tanto che rimane sul seggiolone fino all'età di 5 anni. Il padre è un ingegnere aerospaziale e la madre un agente immobiliare che costringe la famiglia a continui traslochi per oscure manovre di compravendita. A causa di ciò, Kristy non riesce a fare amicizia con nessuno e, per passare i lunghi momenti di solitudine, si mette a molestare il gatto di casa e a distruggere bambole e giocattoli vari. Cresce però in un'atmosfera ricca di stimoli musicali: i nonni erano bravi musicisti e il fratello le insegna i primi rudimenti della chitarra. A scuola non riesce ad integrarsi e inizia ad assumere atteggiamenti da bad girl: fuma, si trucca da zattona e tratta male i professori, guadagnandosi due espulsioni. Inizia ad appassionarsi del rock'n'roll più violento e selvaggio, degli strumentali di Duane Eddy e soprattutto di Link Wray, che diventa la sua principale fonte di ispirazione. Mentre consegue il diploma, si interessa pure di droghe lisergiche che inizia ad assumere regolarmente. Si iscrive al Sac State University College, dove conosce il suo futuro marito, Erick Lee Purkhiser, aka Lux Interior, e assume il nome d'arte di Poison Ivy Rorschach, unendo il nome di una canzone dei Coasters e quello dello studioso ideatore dei famosi disegni a macchie per i test psicologici. Dei turbolenti esordi dei Cramps ci occupiamo nell'Almanacco dedicato alla sua dolce metà. Oggi getteremo luce sulla seconda parte del percorso della band. Nel 1978 i Cramps mettono su una propria etichetta, la Venegance, e pubblicano il loro singolo d'esordio "Surfin'Bird/The Way I Walk", versioni stravolte e allucinate dei pezzi di Trashmen e Jack Scott. Diventano il gruppo di punta del CBGB's e partono per una delirante tournée nella West coast, compresa la famosissima esibizione nell'ospedale psichiatrico di Napa, il 16 giugno, uno dei concerti più incredibili della storia del rock: approfittando dell'ondata progressista che all'epoca cercava di favorire al massimo la comunicazione degli istituti di igiene mentale col mondo esterno, i nostri riescono a suonare davanti ai pazienti che reagiscono in modo veramente allucinato alla loro musica straniante. Esiste il video di tanto delirio: vederlo è un obbligo! Il giorno di Halloween, pubblicano il loro secondo singolo, "Human Fly/Domino", composto dalla loro prima composizione originale (?) più un pezzo di Roy Orbison. L'anno successivo intraprendono il loro primo tour inglese e pubblicano l'EP "Gravest Hits", comprendente i singoli registrati con Alex Chilton. Nonostante la sua conclamata fama di portasfiga, i nostri lo rivogliono per il loro disco d'esordio. Registrato ai mitici Phillips Recording Studios di Memphis e pubblicato il 1° aprile del 1980, "Songs The Lord Taught Us" rinsalda i legami con la tradizione pur ponendosi squisitamente al di fuori di essa. La scelta dello studio, in primo luogo, non è casuale: le stanze "sacre" della Sun Records sono l’ambiente ideale per catturare l’essenza "simil-vintage" del sound che il gruppo ha in mente. Chilton è ovviamente un maestro nel gestire un suono live grondante sudore e secrezioni uditive, anche se durante la gestazione dell’album non manca di uscirsene con stranezze tutte sue, tipo la richiesta, a disco finito, di riregistrare il tutto a sue spese... I parallelismi con punk e new wave si riducono alla riscoperta della forza d’urto del garage primigenio, non trascurando però il tribalismo roboante dei Velvet Underground. Il resto è puro Cramps-sound, amalgama di rockabilly sudista e rock’n’roll bianco, imbevuto di rimandi letterari e cinematografici che sconfinano nel plagio dei fumetti EC Comics e di horror movie da rigattiere. Gran parte del fascino dei pezzi risiede proprio nello scontro dialettico fra i due chitarristi e i loro stili così peculiari: da una parte il suono abrasivo ma scintillante di Ivy, con la leva del tremolo al massimo e l’incidere androide del suo "rifferama", dall’altra l’amplificazione demoniaca, tutta frequenze basse e coltri di feedback, che Brian Gregory scaglia con impeto omicida. Il loro interplay elementare, spesso giocato su striminziti intarsi ritmici, è la polpa (marcia) di questo frutto proibito, la struttura portante, scandita dalle percussioni minimali di Nick Knox, sulla quale il licantropo Lux Interior può seminare il terrore, scimmiottando i vocalizzi sornioni del "Re del Rock". "Tv Set" apre il disco nel migliore dei modi: da lì è come salire su un treno impazzito, mentre scorrono una dopo l’altra la zoppicante "What’s Behind The Mask", il boogie irresistibile di "Mad Daddy", il "no fun" stoogesiano di "Mistery Plane", il primitivismo al fulmicotone di "Zombie Dance" e una "Fever" spettrale che Peggy Lee si sarebbe vergognata di interpretare. Proprio quando tutto sembrava filare liscio (un nuovo tour da costa a costa, il singolo "Garbageman" in heavy rotation, il fan club "The Legion Of The Cramped" fondato nell’81), dopo un concerto a Berkeley, Gregory sparisce nel nulla, portandosi dietro il furgone della band completo di strumentazione e impianto. La casa discografica fa poi circolare voci circa una sua presunta adesione a una setta satanica, quando in realtà il chitarrista "andò semplicemente a L.A. per spacciare droga", come affermato anni dopo da Lux. Stabilitisi a Los Angeles e rimpiazzato Gregory con l’ottimo Kid Congo Powers dei nuovi "vicini di casa" Gun Club, i Cramps fanno un’altra rapida puntatina a Londra prima di tornare in studio e lavorare al secondo album. Su "Psychedelic Jungle" (1981) il gruppo è affiancato nella produzione da Nigel Reeve, anche se è Ivy a fare gran parte del lavoro in sede di missaggio; la scelta di rinunciare a Chilton è però un’arma a doppio taglio, che consente ai nastri di esibire una maggior pulizia formale - dovuta anche agli ambienti più patinati della sala di registrazione - ma toglie dinamica all’insieme e prosciuga il sound da molte delle sue sfumature virulente. Le cadenze sono catatoniche, come deformate dalla lente corrosiva dell’acido (si ascoltino "Can’t Find My Mind" o la paludosa "Caveman"), giustificando così l’allusione alla psichedelia contenuta nel titolo. Non a caso, in diversi frangenti sembra di ascoltare dei 13th Floor Elevators corretti con dosi massicce di John Lee Hooker ("Under The Wires"). Sono però le cover a riempire metà del programma, e le riletture proposte sono come sempre interessanti: "Primitive" dei Groupies esala aromi blues più penetranti del solito, "Green Fuzz" porta una ventata melodica che per un attimo esula dai soliti giri rockabilly mentre i singoli "The Crusher" e "Goo Goo Muck" (rispettivamente dei Nova’s e di Ronnie Cook & The Gaylads) sono fra i lasciti più appetitosi di questa copula sudaticcia fra linearità twang e istrionismo punk. Il pezzo forte resta però "Don’t Eat Stuff Off The Sidewalk", da anni in repertorio ma sino ad allora mai incisa ufficialmente. La ninnananna omicida "Green Door" di Jim Lowe chiude i battenti di un lavoro splendido, anche se sinceramente meno "eversivo" rispetto al suo acclamato predecessore. Durante le session del disco però degenerano i già tesi rapporti fra la band e il manager, accusato di trattenere per sé cifre spropositate (tutte royalties dovute alla band, a sentire Interior), di non prestare adeguato supporto durante i tour e d’interferire pesantemente nella scelta degli artwork. La causa civile che segue si protrae per ben due anni, durante i quali ai musicisti viene vietato di incidere nuovi brani. Pagando cara la loro inguaribile testardaggine, i Cramps devono ripiegare sui concerti come unica fonte di sostentamento, arrangiandosi alla meglio nel riproporre all’infinito il repertorio accumulato e ampliando a dismisura il già sostanzioso ventaglio di cover. Un paio di date, tenutesi al Peppermint Lounge di New York, vengono accuratamente registrate in prospettiva di un live-album (pubblicato nel novembre del 1983 sotto il marchio Big Beat per il mercato inglese ed Enigma per quello americano) dal titolo "Smell Of Female". Nel frattempo la I.R.S. celebra il "divorzio" con la succinta ma pregevole raccolta "Bad Music For Bad People" (1984), zeppa di rarità e B-side, fra le quali una "A New Kind Of Kick" che fa sfaceli a destra e a manca, con il suo battito primordiale, il cicaleggio quasi "cibernetico" delle chitarre e le urla devastanti di Interior. La ricerca della giusta casa discografica si rivelò un’impresa fin troppo faticosa, durante la quale il gruppo dovette affrontare un carosello di avvicendamenti e dipartite (Powers fu il primo a girare amichevolmente i tacchi e a far ritorno nei Gun Club, per poi finire nei Bad Seed di Nick Cave), tanto che, nella formazione ascoltata sul quarto album di studio, uscito nel febbraio dell’86 in Europa e ben quattro anni più tardi negli States (!), i Cramps sono ridotti a trio: soltanto Knox, Ivy e Interior, uniti ancora una volta contro tutto e tutti. "A Date With Elvis" (1986) porta alla band le accuse di sessismo e per di più malafede nel reiterare stereotipi sociali e sessuali obsoleti. Accuse prontamente rigettate dalla nostra Ivy, che rivendicando il suo ruolo preminente all’interno della band, zittisce le polemiche definendole "scherzi". Tuttavia l'immaginario sado-maso e retrò messo in piedi dai Cramps, mal si adatta al moralismo post-femminista che impera all'epoca, che parallelamente, negli stessi anni (guarda caso...), si ritrova a contestare la rivalutazione del porno. Chi disprezza tali atteggiamenti nei Cramps, non si rende conto che la band si ciba e trova la sua ragione d'essere negli stereotipi che non solo non vengono contestati, ma semmai esibiti in quanto reperti visivi e uditivi ancora in grado di esercitare un’attrazione sul nostro inconscio; da questo punto di vista, "A Date With Elvis" si presenta come il più riuscito recupero archeologico di quella sensibilità stile "American Graffiti" a cui forse il gruppo ha aspirato sin dagli esordi. Assai curato in superficie, il disco suona però molto più "normale" dei predecessori. Compare per la prima volta il basso, e di conseguenza gran parte del radicalismo sonoro va a farsi benedire e anche Interior sembra aver smesso i panni del licantropo per quelli più ordinari dell’eterno allupato, del satiro che sbava lascivamente sulle pagine accartocciate di un vecchio numero di "Playboy". I numeri mozzafiato però ci sono ancora: "What’s Inside A Girl", "Cornfed Dreams", "Kizmiaz", "Womanneed", "Hot Pearl Snatch", "People ain't no good", "Can Your Pussy Do The Dog?", "Chicken", bastano e avanzano a farne uno straclassico. Sia come sia, è da questo disco che i Cramps diventano essenzialmente la creatura di Poison Ivy: produttrice, chitarrista, bassista e cantante occasionale (nonché vamp da copertina per album e singoli), la donna-tuttofare di casa Interior eclissa le controparti maschili della band in un duello all’ultimo sangue che nel successivo Ep "Get Off The Road" (1986) diventa celebrazione del femmineo "letale" da sempre latente nella sua immagine Varna-style (la protagonista del cult "Faster Pussycat! Kill! Kill!"). Il reclutamento della sbarazzina Candy Del Mar al basso (pare dopo una lite furibonda con Ivy per una questione di parcheggio!) consente ai Cramps d’imbarcarsi in una nuova serie di concerti in Australia e Nuova Zelanda (documentati nel live "Rockin ‘n Reelin In Auckland New Zealand" del settembre 1987), nonché di ripresentarsi come quartetto nell’album di studio "Stay Sick!" (1990), replica meno brillante del porno-cabaret ipotizzato del suo predecessore, che però offre la trashissima "Bikini Girls With Machine Guns" (sicuramente Tarantino ci ha dato un'ascoltata...) e la splendida cover del traditional "Shortnin' Bread". Dopo questo disco il taciturno Nick Knox lascia la band. Un po’ meglio fa "Look Mom No Head!" (1991), che vede una formazione ancora rimaneggiata: con il discolo Jim Sclavunos (un curriculum di tutto rispetto il suo: Teenage Jesus & The Jerks, Sonic Youth e Bad Seeds, fra i tanti) a sostituire il pilastro Knox e il bassista Slim Chance dei Mad Daddys, il gruppo persevera nei propri clichè, ma lo fa con un certo stile (si ascolti la gioiosa "Alligator Stomp" o l’esilarante "Bend Over, I’ll Drive") e con una ritrovata vena horror-demenziale che riempie di nostalgia ("Eyeball In My Martini"). C’è il anche il blues sminuzzato e acido di "Miniskirt Blues" (con Iggy Pop) e "Hardworkin’ Man" (quest’ultima una cortesia di Captain Beefheart). "Flamejob" (1994), è il loro primo e unico album pubblicato da una major, confezionato ad arte sia nella cover (la Poison Ivy più Cat Woman di sempre), sia nei brani sguaiati come da copione: stavolta Interior ce la mette davvero tutta per movimentare la scena come ai vecchi tempi e diversi brani colpiscono nel segno: "Ultra Twist" (costruita sul motivetto di "Mission Impossible"), il gustoso siparietto "Naked Girl Falling Down The Stairs" e, non ultima, una "Sado County Auto Show" che spazza via gran parte della scena gothabilly con uno schiocco di dita. Meglio "Big Beat From Badsville" (1997): la formazione è la stessa dell’album precedente - l’ormai affiatato triangolo Rorshach-Interior-Chance, con l’aggiunta di un certo Harry Drumdini ai tamburi - e stavolta parecchi brani sono memorabili, a partire da "Sheena’s In A Goth Gang" e "Monkey With Your Tail", che riportano in auge le atmosfere bislacche di "Psychedelic Jungle". A dimostrazione di come le insofferenze verso i management delle case discografiche siano rimaste una costante del loro carattere, anche la partnership con la Epitaph si chiude di lì a breve, lasciando i Cramps soli soletti a sfogare i loro bassi istinti sui palcoscenici d’Europa, Stati Uniti e Sudamerica. Tornano più cattivi che mai con il nuovo bassista Scott "Chopper" Franklin. Chiassosi come in gioventù e forse anche più zozzi, verrebbe da pensare. Fatto sta che "Fiends Of Dope Island" (2003) è il loro lavoro migliore dai tempi di "A Date With Elvis". Ripristinata l’antica fascinazione per il macabro e il blasfemo (già un titolo come "Elvis Fucking Christ!" lascia poco - o forse troppo - all’immaginazione), Interior e Ivy rispolverano i loro vestiti "peggiori" (cioè quelli che conservano solo per le grandi occasioni) e giocano con il loro status-symbol in modo talmente spudorato e crudele da lasciar basiti. Saranno anacronistici finché si vuole, però sanno ancora far divertire (e a cinquant’anni suonati non è poco). Le prove sono sotto gli occhi (le orecchie) di tutti: che si tratti di piccoli esercizi di revival (il chili piccante di "Wrong Way Ticket", ballo spiritato e maniacale come non riusciva loro da lustri), curiosi patchwork stilistici (lo standard exotica "Taboo", lo scoppiettante country-blues "punkettaro" e percorso da sprazzi di theremin "Dr. Fucker Md") o giostre psychobilly guidate da un basso pericolante e pericolosamente fuzz ("Dopefiend Boogie", "Mojo Man From Mars"), dai brani trasuda un’ebbrezza di proporzioni incredibili, difficilmente riscontrabile nella produzione del decennio precedente. Questo estremo capolavoro è il canto del cigno della band. Lux muore di infarto il 4 febbraio del 2004. La nostra Ivy si ritira dalle scene e, ad oggi, non ha prodotto più nulla. Cara, amata, Poison, ci dispiace per la immensa perdita ma ti preghiamo: facci ancora sentire le note della tua Gretch! Sappiamo che i Cramps non ci potranno più essere senza il tuo amato Lux ma si può sempre fare altro...o no?

"Whoa...there's some things baby I just can't swallow.
Mama told me that girls are hollow.
Uh-uh...What's inside a girl?
Somethin's tellin' me there's a whole nuther world.
Ya gotta pointy bra...ten inch waist.
Long black stalkings all over the place.
Boots...buckles...belts outside.
Whatcha got in there yer tryin' a-hide?
Hmmm?
What's inside a girl?
Ain't no hotter question in a so-called civilized world.
Can't see it by satellite baby that's cheatin'.
The President's callin' an emergency meetin'.
The King of Saim sent a telegram sayin' "Wop bop a loop a lop a lop boom bam!" Wooee...What's inside a girl?
Somethin's tellin' me there's a whole nuther world.
Whatcha got...whatcha got...Whatcha got in the pot?
Whatcha got...whatcha got...Whatcha got in the pot?
In the bottom of your bottomless bodypit.
You got somethin' and I gotta get it.
Come onnn...What's inside a girl?
Like da itty bitty baby takes apart his toys.
I'm gonna find what's rilin' up the boys.
Sugar and spice is just a bluff.
You can tell me baby...what is that stuff?! Come on...What's inside a girl?
That wavy gravy got my head in a whirl."
The Cramps - What’s Inside A Girl

Poison Ivy