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PROFONDO ARGENTO

Fra due o tre secoli, chi, fra i registi del Novecento, non finirà nell'oblio inesorabile del tempo?
Dare una risposta è impossibile, cari amici dei Mutzhi Mambo, ma di sicuro DARIO ARGENTO, il "maestro del brivido", sarà uno di questi!
Magari non tutto ciò che ha fatto è degno di attenzione (a voler esser buoni), ma quei 5 o 6 film imprescindibili, che hanno segnato come nessun altro l'immaginario delle nostre paure, li ha girati senza dubbio!
Dario Argento marca proprio la differenza fra “regista bravo”, “perfetto”, e “regista fondamentale”: ecco, lui è fondamentale pur non essendo perfetto.
I suoi film, anche i migliori, sono pieni di errori, di buchi di sceneggiature, di attori mal adoperati, di dialoghi goffi.
Ma contano l’atmosfera morbosa, la tensione insostenibile, i personaggi ambigui, la violenza inaudita, la messa in scena ad orologeria degli omicidi, le scenografie visionarie, le location inquietanti: per quello che riguarda tali aspetti il Darione nazionale è un genio che non ha rivali ed è stato veramente un grande innovatore del linguaggio cinematografico, il più grande dopo Hitchcock.
Peccato che le sue ultime, non certo esaltanti prove cinematografiche, e le controverse vicende personali della figlia abbiano un po’ oscurato la sua stella, ma ci pensiamo noi a ricordarvi chi è veramente Dario!

Dario Argento nasce a Roma il 7 settembre del 1940, figlio di Salvatore Argento, un produttore cinematografico romano di origini siciliane, e di Elda Luxardo, una fotografa di moda brasiliana di origini italiane.
Da bambino si trattiene spesso presso lo studio della madre, rimanendo affascinato dalle figure femminili, dalla cura per il dettaglio, dal gusto per l'illuminazione, dalle lunghe sedute per il trucco, tutte componenti che caratterizzeranno il suo cinema.
Il padre gli produrrà in seguito tutti i suoi primi film, a partire da "L'uccello dalle piume di cristallo", fino a "Tenebre".
Dopo essersi iscritto al liceo classico, Dario lo abbandona al secondo anno, prendendo così la decisione di trasferirsi a Parigi, dove risiede per circa un anno vivendo di espedienti e lavorando anche come lavapiatti.
Rientrato in Italia, nel 1957 inizia a collaborare con “L'Araldo dello Spettacolo”, occupandosi di teatro, cinema e musica.
È in questo periodo che matura le proprie passioni cinefile, rappresentate dal cinema espressionista, dalla Nouvelle Vague, dai film noir, horror, gialli, polizieschi, dagli spaghetti-western, da Hitchcock, Antonioni, Fellini, ma anche dal cinema dei telefoni bianchi e da quello sovietico.
Forte di queste passioni, Argento riesce a farsi assumere a Paese Sera come critico cinematografico: con le sue recensioni si schiera nettamente a favore del cinema di genere, in particolare western, thriller, horror, fantascienza, in rottura con la critica ufficiale che snobba queste forme di intrattenimento "popolare".
Tra il 1966 e il 1969 collabora alla stesura dei copioni di diversi film di genere, quali il western francese "Cimitero senza croci", il thrilling "La stagione dei sensi", il crime movie "Comandamenti per un gangster", lo psicodramma pruriginoso "La rivoluzione sessuale", i war movie di serie z "Probabilità zero", "Commandos" e "La Legione dei dannati", gli spaghetti western "Oggi a me... domani a te!" e "Un esercito di cinque uomini", ma anche roba d'autore come "Metti, una sera a cena" di Giuseppe Patroni Griffi, commedie di denuncia come "Scusi, lei è favorevole o contrario?" di Alberto Sordi, e soprattutto "C'era una volta il West", del quale scrive il soggetto con Bernardo Bertolucci e Sergio Leone.
Secondo alcune fonti l'esordio di Argento come regista avviene proprio sul set di "Un esercito di cinque uomini" (1969), vista la defezione, dopo un solo giorno di riprese, di Don Taylor, che avrebbe dovuto dirigerlo, anche se poi ufficialmente la regia verrà attribuita al produttore Italo Zingarelli.
Nel 1969 Argento crea insieme al padre Salvatore una società di produzione, la S.E.D.A. Spettacoli, con la quale avvia il suo primo progetto cinematografico da regista.
Debutta infatti dietro la macchina da presa nello stesso anno col capolavoro del cinema giallo, "L'uccello dalle piume di cristallo", scritto basandosi sul romanzo "La statua che urla" di Fredric Brown.
Il film, uscito nel febbraio 1970, nonostante una tiepida accoglienza iniziale, si trasforma in un grande successo, incassando poco più di un miliardo di lire e inaugurando la pessima moda di mettere ai film gialli dei titoli cretini infarciti di particolari anatomici delle bestie.
Inoltre contiene già diversi degli elementi che caratterizzeranno il cinema di Argento e che contribuiranno a delineare il suo stile: primissimi piani su oggetti e occhi, ossessione per i dettagli, interesse per le psicopatologie, rumori amplificati, l'importanza della fotografia e della colonna sonora (in questo caso di Ennio Morricone), il ricorso al montaggio alternato, con cui si anticipa con fotogrammi la sequenza successiva, la scarsità dei dialoghi, la frammentazione delle location in città diverse e la conseguente indeterminatezza geografica dell'azione, il senso di avulsione dalla realtà che circonda i protagonisti, la presenza di sketch umoristici in stile hitchcockiano, e, infine, la descrizione dettagliata, morbosa, delle azioni dell'assassino.
Visto il successo commerciale del primo film, Argento prosegue la sua "Trilogia degli Animali" con un altro capolavoro, "Il gatto a nove code" (1971). La pellicola si distingue per la suspense e il delinearsi di uno stile personale.
Nel dicembre dello stesso anno chiude la trilogia con "Quattro mosche di velluto grigio", giallo in parte horror, nel quale sperimenta tecniche innovative per suscitare tensione emotiva nel pubblico, come l'impiego di una macchina da presa proveniente dall'università di Lipsia, la Pentazet, per riprendere la sequenza del proiettile che esce dalla pistola e soprattutto per l'incidente finale a 36000 fotogrammi/secondo.
Ma la pellicola in questione viene ricordata soprattutto per la sequenza onirica della decapitazione, ogni volta condotta un passo più avanti, ripresa di pacca dal flashback di "C'era una volta il West".
Guadagnatosi il soprannome di "Hitchcock italiano", Argento accetta la proposta della RAI di produrre e curare una serie TV di quattro film, della durata di circa un'ora ciascuno, intitolata "La porta sul buio", trasmessa nel settembre 1973 sulla prima rete.
Il regista dirige, con lo pseudonimo di Sirio Bernadotte, l'episodio "Il tram" ricavato da una sequenza eliminata dalla sceneggiatura originale de "L'uccello dalle piume di cristallo", il tutto scandito dalla colonna sonora jazz di Giorgio Gaslini, mentre collabora a soggetto e sceneggiatura di "Testimone oculare", firmato da Roberto Pariante ma in realtà girato dallo stesso Argento.
Gli altri due episodi sono diretti dai suoi collaboratori Luigi Cozzi e Mario Foglietti.
Naturalmente, parlando di Rai 1 del '73, Dario e compagni devono annacquare parecchio i particolari più macabri e sanguinolenti per presentarsi al pubblico delle "sane" famiglie italiche.
Nel 1973 Argento si vede costretto, perché incastrato da Ugo Tognazzi, a dirigere quello che rimane l'unico episodio fuori tema della sua filmografia, ossia "Le cinque giornate", ambientato durante i giorni dell'insurrezione della cittadinanza milanese contro gli austriaci.
Inizialmente infatti avrebbe dovuto solo scrivere e produrre il film, la cui regia avrebbe dovuto essere di Nanni Loy.
Quando questi rinuncia, Tognazzi - inizialmente scritturato come protagonista - pone come condizione per la sua permanenza nel cast che il film venga diretto da Dario Argento, ma poi se ne va ugualmente!
Viene sostituito da Adriano Celentano (mah...).
Nel 1975 Argento torna ai suoi amati thrilling col suo film più celebre, lo spaventoso "Profondo rosso", opera barocca e visionaria, apice irripetibile della poetica Argentiana, talmente bello e famoso che è inutile persino parlarne.
Si sottolinea soltanto il fondamentale contributo alla riuscita di questo capolavoro assoluto della colonna sonora dei Goblin e degli effetti speciali di Carlo Rambaldi (il pupazzo, il pupazzo!).
Nel 1977 il nostro Dario si dà definitivamente all'horror tout court con "Suspiria", sorta di fiaba gotica moderna, ambientando la storia nella piccola cittadina di Friburgo, nella Foresta Nera.
Ispirato al visionario romanzo ottocentesco "Suspiria De Profundis" di Thomas De Quincey, il film è probabilmente il migliore dell'autore dal punto di vista estetico (l'ottima ambientazione, la ricerca maniacale delle tonalità delle luci e la cura estrema della fotografia sono le caratteristiche di "Suspiria" più notevoli) e sicuramente il più terrorizzante.
Parte del merito, ancora una volta, è della agghiacciante colonna sonora di Claudio Simonetti e dei suoi Goblin.
Gli anni ottanta di Argento iniziano con "Inferno" (1980), seconda parte della "Trilogia delle Madri" iniziata con "Suspiria" e finita (ahinoi!) nel 2007 col tremendo (nel senso di brutto!) "La Terza Madre".
Le tematiche che nel film precedente erano state per la prima volta affrontate, sono, in "Inferno", amplificate ed estremizzate, probabilmente anche a scapito della coerenza della trama.
Comunque, a parte le cadute di tono (terribile il finale...), rimane un bellissimo film dell'orrore con diversi momenti in cui la tensione e l'inquietudine sono realmente insostenibili.
Molti i punti di contatto con "Suspiria": analoghe scenografie e luci, con colori accesi e innaturali (prevalentemente blu, rosso e viola) e, ancora una volta, elemento fondamentale è la colonna sonora (di Keith Emerson).
Nel 1982 il regista torna al thriller giallo col discreto "Tenebre" nel quale rimette in scena i temi a lui prediletti: traumi psichici, feticismo, deviazioni sessuali, follia, il tutto secondo il classico whodunit.
Purtroppo nel tentativo di allargare il suo pubblico, Argento tende a standardizzare il film, privandolo di alcuni dei suoi preziosi marchi di fabbrica.
Il fatto di girare con tutta quella luce sarà anche stata una scelta artistica, ma, in generale, il film sembra più un telefilm allungato con qualche scena gore che un'opera del regista di "Profondo Rosso"...
In seguito, nel 1985, dirige l'horror "Phenomena", una prova niente male che riprende le atmosfere di "Suspiria" e si segnala per la colonna sonora "metallara".
E con questo riteniamo che si possa concludere questo omaggio al Darione nazionale: a parte qualche omicidio di “Opera”, "Il gatto nero" (il suo bel episodio di "Due occhi Diabolici", il film del '90 diviso con George Romero su Edgar Allan Poe) e il buon thriller "Non ho sonno" del 2001, la sua produzione successiva abbiamo deciso di non citarla per non incorrere nel peccato di "Lesa Maestà".
Sarebbe stato impossibile infatti parlare bene delle schifezze che ha diretto dopo, roba talmente brutta e inutile che non ha neanche il fascino del trash o del bizzarre (a parte, forse, le balorde interpretazioni della figlia..).
Ci dispiace ma a volte il riserbo è d'obbligo quando si parla della decadenza delle dive…
Pare che ultimamente stia lavorando ad un videogioco ed a una serie TV, forse per Netflix.
Chissà se questa roba potrà dargli stimoli inediti e rilanciare la sua ispirazione…
Mah...
Tanti auguri, Dario!

"Gli uomini, cadendo in errore, le chiamano con un unico tremendo nome, ma in principio tre erano le Madri, come tre erano le Sorelle, tre le Muse, tre le Grazie, tre le Parche, tre le Furie. La terra dove le case sono costruite diviene mortifera e pestilenziale, così che gli edifici intorno, e a volte l'intero quartiere, ne maleodorano."
Emilio Varelli - Inferno

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