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PULP BELLO E BUONO

Orsù, bando alle ciance, cari amici dei Mutzhi Mambo, basta con le contaminazioni!
È ora di riassaggiare il Pulp in “purezza”, con uno degli autori che hanno fatto la storia della letteratura hard boiled.
Parliamo oggi del misconosciuto NORBERT DAVIS, figura di culto quanto tragica, ricordato soprattutto per la divertentissima trilogia incentrata su l’obeso investigatore privato, Doan, e il suo enorme alano Great Dane Carstairs, che svolge un ruolo praticamente paritario nella partnership investigativa.
Ha usato anche gli pseudonimi Harrison Hunt e Cedric Titus.
Pur essendo costretto negli stereotipi delle riviste crime per cui lavorava, che volevano eroi duri, tutti di un pezzo e situazioni drammatiche, Davis si distingueva per la sua ironia estrema, capace di sdrammatizzare anche le situazioni più tese.
Sia la trama che i dialoghi di Davis sono pieni di paradossi intelligenti, nella tradizione di scrittori come Shaw e Wilde più che di quella tipicamente hard boiled.
Le storie sono piene di intricati dialoghi tra i suoi personaggi, in cui ogni conversazione cerca di dare una svolta surreale e paradossale a ciò che viene precedentemente affermato dall'altra persona.
Le relazioni tra i detective privati di Davis e la polizia sono particolarmente complicate: anche se i suoi private eye si divertono da morire a prendere in giro l’inettitudine dei poliziotti, spesso presentando situazioni complesse che sembrano progettate apposta per infastidire le forze dell’ordine, gli sbirri non possono far altro che ingoiare il rospo, perché alla fine la situazione porta all'arresto del cattivo. 
Oltretutto la polizia spesso cerca di prendersi il merito delle indagini del detective privato, una volta scoperto il loro lato positivo nascosto. 
Tuttavia, Davis tendeva ad essere comprensivo anche con gli sbirri, descrivendoli spesso come tenaci, indefessi, magari non particolarmente brillanti ma almeno seri e ligi al dovere.
Inoltre amava scompigliare i luoghi comuni, descrivendo ad esempio la polizia messicana come eroica, in barba agli stereotipi statunitensi sulla presunta inettitudine dei latino – americani.
Negli anni Trenta e Quaranta c'erano diversi scrittori di mystery che lavoravano sulla sua stessa falsariga, con storie bizzarre e più scanzonate tra cui Craig Rice, Dwight V. Babcock (che era un amico di Davis) e Frank Gruber, ma nessuno poteva avvicinarsi alla bravura di Davis al suo apice.
Anche a livello di qualità letteraria, il nostro era veramente unico nel descrivere i viaggi in luoghi desolati: baracche nelle paludi vicino ai magazzini, tempeste di neve a ovest, cantieri erbosi in distretti manifatturieri isolati. 
Tutta la retorica romantica incentrata sui paesaggi selvaggi e solitari, che di solito celebra proprio il fascino di queste “location”, si infrange sulla spietata franchezza con cui il nostro, per bocca dei suoi personaggi, tratteggia le loro desolazioni, fino ad arrivare a descrivere uno splendido tramonto sul deserto come una nauseante accozzaglia di colori troppo vivaci.
Aveva una predilezione particolare per le donne violente, figure che si presentano con grande regolarità nei suoi racconti. 
I suoi lavori alla fine risultano una peculiare combinazione di umorismo e violenza, cosa che li rende molto più inquietanti di quello che si pensa e che rende la sua produzione molto meno divertente di quanto si vorrebbe. 
Ha scritto western, storie di guerra, storie d'amore e di avventura, nonché crime e romanzi polizieschi. 
Eppure, non ha mai ottenuto il riconoscimento che meritava (e anche tuttora, è al massimo un autore di culto, più citato che letto sul serio).
Probabilmente perché ha abbandonato precocemente il genere che lo aveva fatto apprezzare maggiormente, quell’ibrido fra crime e umorismo che aveva perfezionato nei suoi anni Pulp, a favore del tentativo di scrivere per il mercato più redditizio (ma infinitamente meno interessante) delle riviste patinate.
Chiaramente anche il fatto di essersi tolto la vita a soli 40 anni non ha certo giovato alla sua gloria futura ma se Sua Maestà Raymond Chandler citava uno dei suoi primi scritti fra le sue fonti d’ispirazione ed era uno degli autori preferiti di un filosofo del calibro Ludwig Wittgenstein (anche se non si sono mai incontrati) ci sarà un perché...

Norbert Harrison Davis nasce il 18 aprile del 1909 a Morrison, nell'Illinois. 
Cresce a dismisura, fino a un metro e novanta, e si trasferisce nel sud della California negli anni ‘20. 
Si iscrive all’università ma i tempi sono difficili e Davis è costretto a fare i lavori più umili per pagarsi gli studi (giardiniere, lava macchine, manovale..); nel frattempo inizia ad appassionarsi alle riviste Pulp, che in questo periodo nascono come funghi, tentando di piazzare qualche storia.
Si laurea in giurisprudenza e diventa uno scrittore specializzato in produzioni Pulp, guadagnando abbastanza da permettersi di snobbare l’esame per diventare avvocato. 
Debutta nella leggendaria rivista “Black Mask”; i suoi primi lavori rientrano perfettamente nel duro stile del periodico, che prevede personaggi piuttosto stereotipati e con poche sfumature, storie semplici ma avvincenti, ricche di azione ed eroi tutti di un pezzo in lotta contro il crimine.
Il migliore di questi primi racconti che hanno avuto la fortuna di essere ristampati è "Kansas City Flash" (1933). 
Tuttavia, Norbert vorrebbe scrivere un tipo di fiction più scanzonata e dalle trame più ingegnose.
Davis e alcuni degli altri alla fine formano un gruppo di scrittori della West Coast chiamato The Fictioneers, che si incontrano regolarmente nei pressi di un laghetto in Western Avenue, e quando Davis si trasferisce a Santa Monica, ha come vicino di casa Raymond Chandler, che abita a pochi passi di distanza.
In effetti, Chandler è uno dei primi fan del lavoro di Davis, citando "Red Goose" (febbraio 1934, su “Black Mask”) come fonte d'ispirazione per ll suo stile, e in seguito raccomanderà un altro racconto uscito sulla stessa rivista, intitolato "Kansas City Flash".
Ma le storie crime contaminate di umorismo non sono l’articolo più richiesto dal pubblico di una rivista cruda come “Black Mask”, che aveva i lettori più esigenti di tutti. 
Delle diverse centinaia di racconti scritti da Davis, solo una dozzina viene accettata dalla leggendaria rivista pulp. 
L'editore di “Black Mask” dell'epoca, Josph T. Shaw, non è un grande fan dell'umorismo, sebbene a malincuore includa una storia di Norbert in “The Hard-Boiled Omnibus”, ammettendo che lo scrittore è un caso a sé e che è difficile fargli scrivere roba che non lo diverte.
Eppure Davis persevera, guadagnandosi la pagnotta con altre riviste Pulp, magari meno prestigiose, tra cui “Double Detective”, “Detective Fiction Weekly” e, in particolare, la grande rivale di “BlackMask”, la famosa “Dime Detective”, dove pubblica per diversi anni.
È questo il periodo in cui crea i suoi detective Pulp più celebrati, tutti deliziosamente eccentrici (e spesso dalla morale piuttosto “elastica”): l’ombroso e violento private eye Max Latin, il saggio Bail Bond Dodd, l'investigatore cronicamente stanco e dolorante Just Plain Jones, e una miriade di altri.
Tutti e cinque i racconti incentrati su Max Latin saranno raccolti e ristampati in un volume nel 1988; mentre l'altro caracter di Davis, William "Bail Bond" Dodd, appare in otto storie, due delle quali sono state ristampate in antologie. 
Ma non è certo abbastanza per Davis. 
Dagli anni Quaranta, come molti dei suoi amici, desidera ardentemente fuggire dalla giungla delle rivistacce Pulp per tentare di raggiungere mercati più redditizi. 
Col suo primo romanzo, “Appuntamento col terrore” (1943), introduce la bizzarra coppia Doan e Carstairs, un detective paffuto accompagnato dal suo enorme alano ficcanaso, già apparsi nel racconto “La casa dell'olocausto” (1940).
Il seguito, “Sally, Spie & Coltelli”, esce di lì a poco ma sfortunatamente le vendite non sono stratosferiche, tanto che il terzo della serie, “Mio Caro Assassino”, viene pubblicato solo in edizione economica. 
L’originale duo tornerà un’ultima volta col racconto “All'assassino!” (1944).
Neanche un quarto romanzo, “Murder Picks the Jury”, scritto a quattro mani con il vecchio compagno di “Black Mask”, W. T. Ballard, e pubblicato sotto lo pseudonimo di Harrison Hunt, non vende particolarmente bene.
Forse incoraggiato dal successo di sua moglie Nancy Kirkwood Crane, la figlia di Francis Kirkwood Crane, nota scrittrice di gialli, che aveva sposato dopo un breve matrimonio precoce, Davis si rivolge ai più verdi pascoli delle riviste patinate, e per un po' gode di un modesto successo vendendo storie (per lo più racconti rosa) a “The Saturday Evening Post”.
Ma con l'avanzare del decennio, anche quel mercato inizia a prosciugarsi per Davis. 
Nel 1949, su sollecitazione della moglie (originaria dell'Est), o forse per essere più vicino ai mercati di New York, si trasferisce nel Connecticut, dopo aver vissuto a Los Angeles per gran parte della sua carriera.
Sfortunatamente, nel giro di pochi mesi si toglierà la vita.
Le voci sulla causa del suo suicidio si sprecano: molti la attribuiscono alla scoperta di avere un cancro o alla recente disgrazia di suo figlio nato morto, altri ancora ad un grave caso di blocco dello scrittore, o semplicemente per la frustrazione dovuta alle scarse vendite (negli ultimo anno della sua vita, era riuscito a piazzare solo due storie). 
Qualunque sia la ragione, la mattina del 28 luglio del 1949, Davis prende una manichetta dal giardino, la collega allo scarico della sua auto e la fa scorrere dentro una stanza della casa dove alloggia. 
Muore per avvelenamento da monossido di carbonio, senza lasciare alcun biglietto né un testamento. 
Ha solo 40 anni.
Ma bando alla tristezza e lasciamoci trasportare nelle irresistibili atmosfere dei suoi lavori, riassaporando il gusto perduto di quando ancora tutti leggevano per divertimento.
A volte, certo, pure stronzate. 
Ma a volte no...
Onore a Norbert Davis!

“Brent era sul marciapiede della stazione con lo sguardo alzato verso il controllore. Le luci della carrozza di coda ne mettevano in risalto la mascella lunga e forte, la magrezza spigolosa del viso. Gli occhi erano azzurro chiaro, infossati sotto le folte sopracciglia. La bocca era larga, con labbra sottili. I lineamenti erano bruschi, irregolari, e tuttavia dotati di un loro fascino duro, arrogante.”
Norbert Davis - Omicidio in due atti


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