Ci sono registi e registi, alcuni interessanti, altri bravi, altri mediocri, altri fanno semplicemente schifo.
Alcuni hanno fatto un solo film notevole, altri diversi belli e alcuni brutti ma pochi, molto pochi sono quelli fondamentali.
Ebbene, cari amici dei Mutzhi Mambo, il signor ROBERT ALDRICH è uno di questi!
Caratterizzato da uno stile crudo e eccessivo, Aldrich riuscì a riscrivere i canoni dei generi classici del cinema statunitense, facendo emergere I suoi temi caratteristici: la morte, il suicidio, la ribellione.
L'essenzialità delle sue scene d'azione, la sua capacità di rivelare aspetti inquietanti dei rapporti umani e di costruire un clima opprimente hanno avuto un impatto profondo nella codificazione dell’estetica Pulp, influenzando registi delle generazioni successive come Sam Peckinpah, Walter Hill, Quentin Tarantino e John Woo.
Robert Aldrich nasce a Cranston, nel Rhode Island, il 9 agosto del 1918, figlio di un editore, nipote di un senatore e cugino di Rockfeller.
Il nostro Robert non avrebbe avuto problemi se avesse continuato a studiare economia all'università, mantenendo la tradizione della dinastia atloborghese di famiglia.
Ma Aldrich è uno che i problemi ama cercarseli: abbandona gli studi e inizia a lavorare presso una radio locale per uno stipendio da fame, pur di seguire la sua passione per il mondo dello spettacolo.
La famiglia non la prende affatto bene, gli taglia i fondi e lo estromette completamente da ogni eredità…
E chiaramente non si parla di spiccioli!
Si iscrive all'Accademy Studios dove segue dei corsi di recitazione, e poi intraprende una dura gavetta come sceneggiatore e aiuto-regista prima di approdare alla sua prima regia televisiva.
Il suo primo lungometraggio cinematografico risale al 1953 e l'anno successivo sforna subito due classici-classici del western: "L'ultimo apache", con Burt Lancaster nella parte del pellerossa, il primo film in assoluto in cui i nativi americani sono visti in ottica positiva (prima, e anche per almeno ancora tre lustru, verranno dipinti solo come spietati e crudeli selvaggi), e "Vera Cruz", una tesissima storia di rapine sullo sfondo della Rivoluzione messicana, con il roccioso Gary Cooper e di nuovo il fido Burt Lancaster.
Del '55 è invece "Un bacio e una pistola", un classico del noir, un adattamento vigoroso di un romanzo hard-boiled con Mike Hammer, il detective privato donnaiolo e corrotto, creato da Mickey Spillane.
Dello stesso anno "Il grande coltello", un bel dramma psicologico con Jack Palance, con cui il nostro Robert critica coraggiosamente e in modo esplicito l'ipocrisia e il cinismo dello Star System di Hollywood.
Nel '56 gira "Prima linea", un asciutto e serrato war-movie con Jack Palance e Lee Marvin, anch'esso molto critico verso l'establishment e la logica interessata che sta dietro alle guerre (tanto che l'esercito americano nega ogni collaborazione e un'associazione di reduci ne organizza il boicottaggio).
Del '62 il suo film più celebre, l'angosciante thriller gotico "Che fine ha fatto Baby Jane" con l'immensa, spaventosa Bette Davis nella parte di una ex-bambina prodigio, pazza e alcolizzata, che sottopone la sorella disabile (una bravissima Joan Crawford) alle più crudeli angherie (ma non tutto è come sembra....
Nel '64 realizza "Piano piano, dolce Carlotta", concepito originariamente come sequel di "Baby Jane", ma cambiato in corsa per il sopravvenuto rifiuto della Crawford a partecipare.
Anche qui la Davis fa la parte della pazza visionaria, spinta verso la follia dai loschi maneggi dei parenti, e anche qui Robert riesce ad infondere alla vicenda tinte foschissime e malate.
Della produzione successiva, tutta di ottima fattura, si devono almeno citare: "Quella sporca dozzina" (1967), violento e cinico film bellico con degli ex-galeotti spediti a compiere una missione segreta praticamente impossibile (vi ricorda qualcosa?), con un cast stellare (Marvin, Borgnine, Bronson, Cassavetes, Savalas...); "Niente orchidee per Miss Blandish" (1971), una storia di rapina con ostaggio senza lieto fine, claustrofobica e angosciante, tratta da un romanzo di James Hadley Chase; il western crepuscolare e pessimista "Nessuna pietà per Ulzana" (1972), con un Burt Lancaster in piena forma; "Quella sporca, ultima meta" (1974), la storia di una partita di football americano organizzata tra detenuti e guardie carcerarie, con un disincantato Burt Reynolds nel ruolo di protagonista, il thriller “Un Gioco Estremamente Pericoloso” (1975), sempre con Reynolds e Catherine Deneuve, “I Ragazzi del Coro” (1977), uno spietato, crudissimo ritratto della corruzione nella polizia di L.A.,che gli attira gli strali dei conservatori.
Aldrich darà l'addio al cinema con “California Dolls” (1981), le vicende di due lottatrici di catch e del loro manager, viste come pretesto per riflettere con ritmo trascinante sul rapporto tra la violenza della realtà e quella dello sport.
Il grande regista muore il 5 dicembre del 1983, a Los Angeles, per insufficienza renale, lasciandoci come testimonianza del suo genio immortale i suoi bellissimi film, da vedere e rivedere, giusto per imparare come si fa il cinema sul serio.
Film che, in fondo, sono stati proprio come una partita di football in carcere: tosti, violenti, cinici, eccessivi!
Onore a Robert Aldrich!
...e visto che si parlava di Mike Spillane, la citazione è sua di diritto:
"Bastarono due minuti alle macchine della polizia per piombare sul posto. Arrivarono dalle due estremità della strada, a tutta sirena, andarono ad arrestarsi sotto il lampione, e gli agenti che sedevano vicino all’autista erano a terra prima ancora che le gomme avessero smesso di gemere. Uno degli agenti, un giovane, stringeva in pugno una rivoltella e pareva prontissimo a servirsene. Me la puntò diritto al ventre e disse: «Chi siete voi?» Indicai con la sigaretta il cadavere sul marciapiede. «Testimone oculare» risposi laconicamente."
Mickey Spillane - Il Colpo Gobbo